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Bullismo, l’imprenditore Paolo Ruggeri racconta il suo progetto: “Per combattere il fenomeno la scuola deve insegnare l’autostima”

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BULLYING

Bisogna sempre scavare più a fondo. Tra le insicurezze e la scarsa autostima, che da adulti possono limitare chi siamo e limitarci nel raggiungimento degli obiettivi, spesso si aggirano dei fantasmi che portiamo con noi da bambini. Che nutriamo con la vergogna e il senso di colpa, con le parole non dette e gli aiuti non richiesti. Continueremo a trovarne traccia quando ci guarderemo allo specchio una volta diventati grandi, quando abbasseremo lo sguardo, convinti che no, “questo io non sono in grado di farlo”.

Il bullismo non porta conseguenze solo nel momento in cui viene vissuto, ma le trascina anche negli anni a venire. Una falla nell’autostima che l’imprenditore Paolo Ruggeri conosce bene. Con la sua società aiuta le persone a far emergere le personali abilità lavorative, per crescere manager e imprenditori più capaci nella gestione del personale. Timidezza e introversione sono due ostacoli che più volte affiorano durante le analisi attitudinali e, scavando appunto più a fondo, si scopre che spesso l’origine di tutto è nella scuola.

Partendo da queste esperienze quotidiane sul posto di lavoro, da un trascorso personale da vittima di bullismo e da una richiesta d’aiuto mossa dalla figlia di 12 anni, Ruggeri ha deciso di investire il suo tempo per agire contro questo fenomeno. È nato così il libro “I bulli non mi fanno paura”, dando poi vita a un progetto più grande, “No al bullismo”, che trova il suo interlocutore principale negli istituti scolastici. Le favole educative scritte da Ruggeri hanno delle illustrazioni, per poter essere comprese da tutti i bambini e per fornire agli insegnanti la possibilità di parlare del fenomeno con un linguaggio semplice, che possa dar spunto a dei confronti in classe.

“Stiamo distribuendo questo libro nelle scuole, nelle quali facciamo anche dei piccoli workshop”, racconta l’autore ad HuffPost, “A scriverlo ha contribuito mia figlia, che aveva subito degli episodi di bullismo. Io sono stato fortunato, perché me ne ha parlato, mentre spesso i bambini non lo fanno. Scoprire che il proprio figlio viene preso in giro è una cosa devastante e straziante. Ma anziché arrabbiarsi o sentirsi vittime è più giusto fornire al bambino gli strumenti per reagire”.

Intorno al fenomeno orbitano tre figure chiave: i genitori, gli insegnanti e i bambini. A ciascuno di loro Ruggeri rivolge un suggerimento diverso:

Per i Genitori: parlatene con i vostri figli e allenateli ad affrontare il bullo, a essere dei vincenti. Non limitatevi a rivolgervi agli insegnanti, perché nel corso della loro vita ci saranno altre persone che faranno loro delle prepotenze e a quel punto non avranno appreso gli strumenti per reagire. Questo episodio deve trasformarsi in una vittoria. Permettete al bambino di parlarvi, a non aver paura di voi. La comunicazione con il genitore deve essere aperta.

Per gli insegnanti: dedicate delle lezioni al bullismo, che siano divertenti. Spiegate di cosa si tratta, fate dei disegni. Chiedete loro di raccontarvi degli episodi nei quali si sono comportati da bulli, non parlate solo del fenomeno in ricezione.

Per i bambini: non pensate che il bullo sia superiore a voi. Mai lasciarsi sminuire. Non piangete, ma cercate di affrontarlo”.

Nell’era di internet, poi, il problema ha trovato nei social network la sua cassa di risonanza, tanto da spacchettarsi in un sotto-fenomeno: il cyberbullismo. Sono dinamiche che sfuggono al controllo degli adulti e che spesso si solidificano fuori dagli orari scolastici. Ma la scuola non deve per questo sentirsene estranea. Non è nel mezzo che va cercata la colpa, ma nell’uso che se ne fa e a quell’uso bisogna esserne educati, fornendo le conoscenze non solo per maneggiarli al meglio, ma per proteggersi da chi non lo fa.

“Lo stile di gestione dell’insegnamento andrebbe in parte rivoluzionato”, conclude Ruggeri, “Dovrebbe essere compito dei maestri insegnare ai bambini ad apprezzarsi. Quando non riescono a raggiungere i risultati accademici non bisognerebbe criticarli, ma incoraggiarli a migliorare. Non saranno i meriti scolastici a determinare i successi del bambino nella vita, ma sarà l’autostima che lo abbiamo aiutato a costruire. Nella scuola spesso miniamo questa autostima: anziché scoprire i loro talenti e svilupparli li assoggettiamo a un regime dove giudichiamo ciò che sono sulla base di prove che non tengono conto, ad esempio, della loro creatività. La missione della scuola dovrebbe essere questa: crescere studenti, non arroganti, ma che credano nelle proprie capacità. Solo così si può sconfiggere il bullismo”.

fonte Huffington Post by Celpp

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